Il treno vuoto e sfrecciante nelle nostre tempeste interiori garantiva un rifugio sicuro alla nostra complice e rassicurante irrazionalità.

Arrivammo verso le 22 in un’Ancona bagnata, immersa nei colori della sera, per la pioggia caduta da poco e il giallo dei lampioni rifletteva la sua mesta luce invernale sull’asfalto umido. Il prossimo treno per Bologna sarebbe partito solo all’1. “ Andiamo a farci un giro” proposi e ci incamminammo nella città deserta, una di quelle città fatte esclusivamente per i suoi abitanti, dove tu di Matera o di qualsiasi altro posto non c’entri un cazzo. Quella poi è l’ora in cui di martedì, si sta a casa, magari a vedere un film del cazzo in famiglia, al calduccio e dopo un’ora circa andarsene nel proprio fottutissimo letto a sognare di chiavarti la tua compagna bona di banco prima di addormentarti . E invece no! Per chissà quale scherzo del destino noi stavamo ad Ancona a gironzolare senza meta per quella città in strade rivestite di rossori.

Ci eravamo allontanati un bel po’ dalla stazione quando, d’improvviso, scoppiò un violento nubifragio e ci riparammo sotto un balcone in una zona periferica del lungomare. A quest’età stare con una ragazza sotto la pioggia, in un posto fottutamente non tuo e avere tutta la notte davanti può significare tutto, può voler dire essere liberi. Coglierne l’emozione, quel piccolo particolare, può voler dire molto di più. La sensibilità è una qualità innata che ti fa analizzare il dettaglio fantastico della vita. Non tutti se ne rendono conto, non tutti si ubriacano di dettagli, i diamanti dell’esistenza. Essi determinano la bellezza dei propri ricordi e ne risaltano l’importanza. Sono il vestito che ti dona meglio nel giorno più importante della tua vita.

Non accennava proprio a smettere e dopo circa mezz’ora iniziai ad autostoppare. Si fermò un auto sgommando a due passi da noi, carica di coatti centro italiani.

“Dobbiamo andare alla stazione. Il treno parte tra dieci minuti!” esclamai.

“Salite. Presto che ci allaghiamo!” urlò uno dei ragazzi.

“Merda come cazzo piove. Grazie per esserti fermato ma corri che abbiamo appena otto minuti di tempo” dissi al tipo.

“Proviamoci” urlò e si mise a sfrecciare come un pazzo, evitando rocambolescamente pedoni impauriti e arrivando tempestivamente a destinazione manco fosse un’ambulanza, terminando la corsa con un lungo applauso di tutti i suoi amici ubriachi.

“Eccoci in perfetto orario” disse soddisfatto.

“Grazie davvero Ultraman hai rischiato un paio d’omicidi per noi” risposi e salutammo quei gentili ragazzi.

“Scusi è già arrivato il treno per Bologna?” chiese Clara al capostazione. “ No, parte alle 2” rispose lui. “ Ma dove cazzo hai visto che partiva all’1?” mi disse perplessa, “abbiamo rischiato di schiantarci sul lungomare di Ancona per nulla”.

“Ma che ne so! Avrò letto male” sviai con aria distratta.

Ci toccò, quindi , aspettare un’altra ora in quella stazione dove, casualmente ci sedemmo accanto a due ragazze con una chitarra acustica.

“Me la faresti provare?” chiesi ad una di loro mezza addormentata. “Certo fa pure” rispose lei garbatamente.

In una situazione così delicata e con ambientazione notturna non potevo che esibirmi nell’unico pezzo lento che sapevo suonare: “Oh me” dei Nirvana, con un filo di voce che destò l’incanto di Clara e delle due ragazze entusiaste di questa performance freelance fin quando arrivò il nostro convoglio. Ma su quel treno non ebbi autorità e il controllore non fu clemente anzi ci fece scendere quasi subito, a Pesaro, dove restammo bloccati fino al mattino successivo poiché non vi erano più treni per Bologna se non quello delle 7. Passammo il resto della notte sulla panchina fuori la stazione immersi in una nebbia fitta che, avvolgendoci nel suo velo torbido, ci faceva tremare dal freddo. A Matera l’estate aveva lasciato strascichi del suo profumo permettendoci di indossare ancora le giacchettine adidas ma nelle Marche l’autunno si faceva sentire. A dire il vero le giacchettine adidas le utilizzavo anche quando arrivava l’inverno più duro. I giubbotti non mi piacevano. Al massimo mettevo una maglia in più sotto. Clara si addormentò subito su di me, io invece pensavo a quella nebbia che non ti faceva vedere a due metri di distanza e i sogni prendevano forme strane in quell’atmosfera irreale pesarese.

Ma poi a Bologna che cazzo ci andavamo a fare?

Queste paturnie continuavano a ronzarmi nella testa, fastidiose, come mosche da schiacciare subito ma le misi da parte in un antro del mio cervello e quando la nebbia da rossastra diventò completamente bianca si dissolsero con essa e fu mattino.

Alle 7 in punto ecco il treno per Bologna, puntuale.

“Senti capo” mi rivolsi ad un controllore assonnato e infreddolito, prima di salire sul convoglio: “noi dobbiamo arrivare a Bologna ma non abbiamo il biglietto, che ne dici di farci entrare?” Ci pensò un attimo e poi rispose: “Va bene salite, almeno sei stato onesto, me l’hai chiesto prima che vi beccassi, non come fanno quei figli di puttana che vanno a ballare il sabato sera a Riccione e si sentono autorizzati a viaggiare gratis. Quei bastardi impasticcati. Andate pure, ve lo siete meritati”.

Il treno ora percorreva a gran velocità pianure sinistre infestate dalla foschia mattutina che, come mani scarne con guanti bianchi, le colorava di chiaro e si faceva largo tra i pochi alberi e le poche case di qualche paese sconosciuto che si susseguiva lungo la linea ferroviaria, ipnotizzandoci nell’uggiosità di quei luoghi.

Dormimmo fino a Bologna dove scendemmo che era mezzogiorno.

Continua…

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