La vidi giungere da lontano percorrendo la stradina deserta nell’afa della notte di inizio settembre, quando l’estate è ancora viva anche a tarda sera. Lo senti proprio nell’aria, il suo profumo in una notte che non puoi spiegare.
Sembrava Mary Ann Price, ma non la musicista. Quella di Dylan Dog in “Le notti della luna piena”. I capelli mossi e selvaggi nell’atmosfera surreale della periferia del paese.
L’avevo conosciuta in una delle tante nottate in discoteca. Mi si avvicinò a Ferragosto durante uno schiuma party del litorale jonico lucano, parlando romano e resse il gioco fino al mattino quando ammise di essere di un paese dei dintorni.
La cosa stupefacente che mi attirò di lei fu la sua memoria. Infatti si ricordava di me alle scuole superiori. Premesso che in tutta la Lucania nessuno si ricorda di me alle superiori decisi di approfondire la questione.
Lei aveva qualcosa che mi colpì immediatamente. A Roma ci abitava davvero ma non era un’universitaria fuori sede. Era in cerca di lavoro e aveva preferito rimandare la ricerca per farsi un mese di vacanze lucane. Di lì a poco sarebbe risalita in capitale. La sua aspirazione era quella di lavorare nello spettacolo. Aveva infatti studiato cinema e aveva persino fatto qualche comparsa da qualche parte. Però la volontà non le mancava. La mia prima allusione circa le sue aspirazioni cinematografiche faceva rifermento al genere porno ma lei pare non fosse entusiasta della mia infelice battuta. Ci credeva davvero in quello per cui aveva studiato.
Passammo la notte in auto mettendo a dura prova le sospensioni in un dirupo nascosto nella zona agricola del suo paese.
Quando ci salutammo non pensavo che sarei ritornato nuovamente su a Roma per cercare lavoro appena una settimana dopo quella notte.
A quel tempo lavoricchiavo e durante il week end mi scatenavo con una banda di amici folli in discoteca. Tutti i locali della costa materana erano nostri . Il week end del resto arrivava presto e con esso culi e tette che abbondavano. Potevamo prenderci il lusso di scegliere i più tonici, tanta era l’abbondanza a quei tempi.
Non ci ho mai capito un cazzo di musica house ma ero lì e non ballavo. A volte mi dondolavo laconicamente come un soldato di piombo e con lo sguardo incazzato. Di drink gratis potevo averne a dozzine ma bevevo poco, altrimenti diventavo violento e poi il bere non mi piaceva più dai tempi delle superiori. Ma in realtà in quelle bolge dantesche stavano tutti ubriachi che quasi la mia sobrietà aveva una maschera fosforescente che notavi da lontanissimo come una maglia rosa ad un funerale.
Camminavo nella folla senza spostarmi.
Quando c’era da menare le mani eravamo i primi a far precipitare la situazione su binari violenti. Il più rissoso di tutti noi era Secco. Non aveva nome, dimenticato da anni ormai per far posto al soprannome Secco, per via della sua magrezza, ovviamente. Ma era di quei secchi violenti e provocatori.
In questo contesto erano passate tante, troppe estati. La mia intera esistenza si era formata su un decennio del genere. E mi piaceva. Per la prima volta potevo ritenermi soddisfatto. Le turbolenze dell’adolescenza erano ormai entrate nel mito. Non mi sentivo invincibile ma ero davvero immune a destabilizzazioni. In quell’inizio di settembre stavo progettando di ritornarmene a Roma perché l’estate stava terminando e l’idea di passare un terribile inverno lucano mi angosciava.
Quella sera tra i dirupi, lei scopava bene. Quanto basta per garantirsi una seconda serata insieme. Quindi le promisi di raggiungerla a Roma a metà mese risolvendo così anche il problema dell’alloggio. Mi avrebbe ospitato senza problemi per qualche giorno. Il tempo di trovare lavoro.
Mary Ann Price aveva i capelli sconvolti. Era una lupa mannara inconsapevole che faceva della sua licantropia un’arma di seduzione. La sua memoria mi riportava a giorni di disagio un po’scomodi e malinconici di un’adolescenza che custodivo gelosamente aprendo la sua porta a pochi degni di discuterla. Eppure lei mi aveva riconosciuto. Ero quello “truce dai capelli davanti agli occhi”. Ero abbastanza nudo ai suoi occhi.
“Jack come il Whiskey ti chiamavamo, perché tu e i tuoi amici avevate sempre una bottiglia in mano, pure quando litigavate” così mi disse mentre si trasformava in lupa mannara.
Mi piaceva la sua tenacia nel proporsi alle compagnie teatrali e la sua convinzione nell’iscriversi a provini per attori. O meglio mi piaceva come raccontava tutto ciò. Aveva trasformato il “ti faremo sapere” che riceveva quotidianamente dalle agenzie, con qualche abracadabra orientale, o forse con la licantropia, in “non me ne frega un cazzo vi ricontatto lo stesso”. E la sua somiglianza a Mary Ann Price poi era disarmante.
Ogni volta che ripenso alla fine di agosto mi viene in mente un mio amico che un giorno mi disse:
“Quando finisce l’estate, se non avessi la convinzione di tornarmene all’università, mi deprimerei come un vecchio”. In effetti settembre è un po’un lunedì o come la Morante descrive gli anziani di Procida che giocano a carte nella locanda –giù al porto- in inverno ne L’isola di Arturo. E subito risaliva in me quell’atavico senso di fuga che non mi lasciava tregua da tutta una vita, terminata la bella stagione. Era il momento della confusione.
Dopotutto vediamo il caos e tentiamo di riordinarlo. A volte abbiamo successo, più spesso non lo facciamo. Ci riproviamo. L’intuizione poi controlla il calcolo accurato. Lo tiene a freno, ma non del tutto. L’immaginazione infine si fa beffe della logica, sia essa lineare o addirittura bidimensionale. Quel settembre sarebbe diventato imperituro.
Avevo due colloqui di lavoro fissati per quella settimana e dentro me già sapevo che almeno uno dei due avrebbe avuto esito positivo. Così,tanto per autostima.
In quella settimana la mia Mary Ann Price lucana l’avevo sentita poco o niente. Del resto non era una priorità ma l’invito a casa sua restava valido e quindi avevo un appuntamento, dato chissà quando, a Termini intorno alle 22.
Ogni volta che lasciavo la Lucania lasciavo qualche personaggio che nel bene o nel male aveva fatto parte della mia vita. Ma nessuna malinconia, avrei rivisto tutti l’estate prossima.
L’arrivo a Termini era previsto per le 21 e avevo il telefono scarico. Lei mi aveva detto “ci vediamo a Termini” vero. Ma le incognite erano tante. Entrando in stazione considerai anche il pacco. Già mi vedevo passare la notte in qualche bettola di fortuna.
Termini mi appare difronte come una meta sudata, un traguardo della vita. Chissà quante partenze ho immaginato da lì negli anni, per chissà quali nulla.
Quando il treno si fermò in stazione, in poco tempo la folla si diradò e iniziò a delinearsi il quadro desolante della Termini notturna che ben conoscevo e ora ero lì in quella stazione dispersa in paesaggi onirici, solo.
Feci avanti e indietro per una mezz’ora. Poi la scorsi lato via Somalia.
Mary Ann Price era venuta,era stata di parola. Aveva lo stesso appeal licantropico di quella notte nella discesa deserta del suo paese. Ma ora era in versione metropolitana.
Abitava sulla Tuscolana condividendo l’appartamento con altre ragazze. Viveva in una cazzo di doppia. Ma in questi giorni la sua coinquilina era giù dai suoi in qualche sud d’Italia.
Lei aveva gli occhi neri e la carnagione scura e mi aveva colpito proprio per quel suo appeal fuori dal comune e poi cazzo, era troppo Mary Ann Price. Non la vedevo da quella notte strana.
Mantenemmo un complice distacco salutandoci col bacetto del cazzo sulle guance. E lo perpetuammo lungo tutto il percorso della metro A.
Io non so come sia possibile ma alcune situazioni, alcuni momenti, riesco a percepirli importanti prima che si concretizzino. Quella sera sapevo sarebbe diventata importante. Una di quelle che non dimentichi. Come altre più lontane. Appartenenti ad altri mondi.
D’altronde io ero a Roma per trovare lavoro ma ero anche lì esploratore di una Mary Ann Price persa nel vuoto delle colline materane del sud Italia anonimo come il mio. Eppure tra quelle colline non vi sono tracce di lei. Non la ricordo ma lei ricordava me. Tutto è murato , accessibile solo attraverso loop temporali. Tutto è circoscritto al bioritmo della natura selvaggia che racchiude gli incubi e i sogni di quella ragazza somigliante a Mary Ann Price custodendoli come una fortezza tra i calanchi.
Lei quando io vagabondavo tra scuole superiori e stazione centrale era una studentessa del primo anno. Una qualunque. Di quelle invisibili alla mia vista. Ma condividevamo gli stessi luoghi, lo stesso tempo. Seppur per me era una sconosciuta io per lei avevo incrociato il suo universo. All’epoca avevo oltrepassato l’orizzonte degli eventi precipitando nella singolarità con altre ragazze. E lei si ricordava anche di loro. Me ne aveva parlato la sera che la conobbi. Tutto questo bastava per farci sentire assolutamente tutto tranne che estranei.
La metro A di sera non è troppo affollata e man mano che si avvicina al capolinea di Anagnina si vuota quasi del tutto così da arrivare in un’atmosfera surreale. Con tensione. Fresca e dritta come brezza estiva.
Avevo volutamente dosato la confidenza rendendo la situazione da “prima volta”. Avrei potuto essere molto più fisico ma preferii questo distacco strategico .
Poi ci appoggiammo alla finestra che dava sulla Tuscolana. Ne potevi proprio sentire il lamento.
Fu un bacio lunghissimo, di quelli che mi ricorderei anche se un giorno dovessi odiarla.


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